Chi pensa che la capitale della remota isola islandese sia polverosa, periferica e stagnante, troppo lontana dalle vibrazioni dei centri propulsori di mode e costumi, si sbaglia di grosso.
Nonostante la latitudine importante e il clima ingombrante, con lunghi inverni, neve copiosa che ricopre le strade ostacolando gli spostamenti e poche ore di luce, nonostante questo o forse proprio per questo, gli abitanti sono frizzanti ed estrosi, sotto una iniziale scorza ruvida e diffidente. Il governo ci mette del suo, agevolando i rapporti con l’estero, dagli incentivi per le esperienze di studio fuori sede al via libera ai voli low cost, all’onnipresenza dell’ecommerce che consente di raggiungere prodotti fisicamente non disponibili sul territorio nazionale.
Reykjavik, che tra centro e sobborghi conta 320.000 abitanti, i 2/3 dell’intera popolazione nazionale, è tutto un saliscendi in cui si rincorrono casette di lamiera variopinta e graziosi giardini, dalla cima del campanile della cattedrale Hallgrímskirkja che domina la città giù, fino alle sponde del lago cittadino e ancora oltre, fino a lambire il mare. È un tripudio di murales e opere di arte contemporanea, un susseguirsi di gallerie e studi di design, di negozi di sport e di souvenir, di bar di tendenza e graziosi caffè.

Nella breve estate islandese tutti si precipitano all’aperto per immagazzinare i tiepidi raggi dello sfuggente sole, affollando i tavolini esterni dei locali al punto che trovare un posto libero si rivela un’impresa davvero titanica.

La baia è dominata dal profilo inconfondibile dell’Harpa Reykjavík Concert Hall, moderno edificio dalle geometrie ardite in vetro e acciaio concepito dall’artista Oliafur Eliasson e dal Solfar (The Sun Voyager), fotogenica scultura in ferro che richiama il profilo di una nave. Nelle giornate in cui il sole è nascosto tra le nuvole (circa 300 giorni all’anno) l’orizzonte quasi non si distingue, cielo e mare si confondono e non resta che sedersi su una panchina a osservare con malinconia la vastità dell’Oceano Atlantico.
Percorrendo il lungo mare potete arrivare fino al vecchio porto, una vera chicca, con moli affollati di barche turistiche ed edifici industriali dismessi e riconvertiti in colorati ristoranti e caffetterie. Più e più volte al mio ritorno a casa mi sono ritrovata a ripensare al favoloso e spartano pranzo in un dei locali dell’old harbour di Reykjavik Il Saegreifinn – The Sea Baron. Grandi tavoli di legno, pareti in lamiera, atmosfera accogliente e folla assicurata, con più code per ordinare le bevande e il cibo, davvero speciale e piuttosto economico per gli standard del posto. Se il locale è ispirato al tema della pesca, il menù è a base di pesce e prevede crema di aragosta servita con pane e burro salato e succulenti spiedini di halibut, salmone, gamberi ecc. Da leccarsi i baffi, non esagero.

I musei cittadini sono tanti e per tutti i gusti, gli appassionati di cultura nautica, etnografia o arte contemporanea avranno il loro bel daffare, ma se non siete tipi da chiudervi tra quattro mura specialmente quando visitate una nuova città e se avete un po’ di tempo a disposizione, suggerisco un bagno caldo in una hot hub presso una delle piscine comunali oppure una gita alla ormai famosa Blue Lagoon (40 minuti di auto dalla capitale). Se non avete affittato un’auto potete comodamente raggiungere la laguna in pullman (info all’ufficio del turismo).

Rientriamo in ostello e con grande soddisfazione scopriamo che il bar interno è uno dei locali più di tendenza della città ed è popolato da personaggi locali molto, molto cool. Mentre aspettiamo le nostre birre ci guardiamo intorno, è un tripudio di grossi occhiali dalla montatura di plastica appoggiati sui nasi, di rossetti rossi che imbellettano le labbra, di frangette e onde retrò, di tatuaggi sulle braccia, di cravattini e camicie coloratissime, di leggings e abitini succinti, anche se non mancano i maglioni tipici fatti a mano, che possiamo definire l’abito nazionale, nonché segno di riconoscimento degli islandesi all’estero. Ci soffermiamo sul fitto calendario di musica dal vivo scritto a gesso su una lavagnetta, con l’avvicendarsi di artisti internazionali, sui libri d’arte e design che affollano gli scaffali, sull’arredamento decisamente pastiche, un’accozzaglia ben amalgamata di oggetti di provenienza varia ed eventuale, dalle cartine geografiche di luoghi esotici, ai pesanti e ricchi tappeti, fino alle immancabili sedie spaiate. Poi sulle mele luminose dei Mac connesse al wi-fi dell’ostello – la password è cookiemonster, anche se non dovrei dirlo..- sulle ginocchia di giovani affondati nei morbidi divanetti mentre sorseggiano un drink (gli islandesi sono estremamente tecnologici, proprio attraverso la tecnologia colmano il loro gap geografico, sentendosi più partecipi al villaggio globale), e concludiamo questo piano sequenza indugiando sull’ottima e carissima birra artigianale alla spina- servita con incredibile lentezza dai bei camerieri distratti. L’alcol è un po’ un tasto dolente nel paese, nei locali i prezzi sono volutamente alti, nei supermercati si trova solo birra light e per trovare altri alcolici bisogna recarsi negli appositi e costosi ale shops. La politica anti-alcolismo è severa in una nazione in cui incidenti stradali per guida in stato di ebbrezza e dipendenza da alcol costituiscono una vera e propria piaga sociale.

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